Il No che rimette “in forma” la democrazia

All’Ill.mo Presidente della Repubblica Italiana, On. Sergio Mattarella

Innumerevoli appelli Le sono già stati rivolti in relazione all’approvazione del disegno di legge che deforma la Scuola pubblica, quella grazie alla quale anche persone come me, non “predestinate” dal censo (e, ahimé, anche dal sesso) a diventare cittadine consapevoli, hanno potuto partecipare alla vita politica e sociale, decidendo, dibattendo, contestando, riversando le proprie idee e i propri entusiasmi nella capace pentola della democrazia, dove, con promettente profumo, cuoce un brodo che diventa tanto più sostanzioso e saporito quanto più numerose sono le identità e diversificate le prospettive che si vanno ad aggiungere.

I messaggi che Le sono stati indirizzati e che ho potuto leggere finora, contenevano inviti, suppliche o rispettosi ma fermi richiami alla delicatezza del Suo ruolo di Garante della conformità delle leggi al dettato della Costituzione.

Ora, l’invito mi pare inutile, perché il passaggio procedurale della Sua disamina è obbligato; la supplica è fuori luogo, sia perché si addice a sudditi e non a cittadini liberi, sia perché rischia di spostare sul piano emotivo e psicologico-individuale quello che è un processo politico e sociale, intimamente legato ad una valutazione etico-giuridica che non prescinde dalle ricadute delle leggi sui singoli, ma che non può partire da esse.

Quanto, poi, ad elencarLe i passaggi incostituzionali della legge la cui denominazione, che a me suona irridente e paradossale, è “La Buona Scuola”, mi sembrerebbe davvero offensivo fare per Lei la conta delle defezioni e delle infrazioni, tanto più che non si tratta di isolare emendabili “luoghi critici”, essendo la ratio stessa del provvedimento, la sua “causa finale”, cioè, di per sé platealmente in contrasto con gli articoli che sanciscono e tutelano il diritto allo studio e la libertà di insegnamento.

Io, dunque, ho pensato di porre la questione in altri termini, “metapolitici”, per così dire, partendo anche dal recente pronunciamento del popolo greco sulle misure di austerity  dettate dai potentati economici europei e internazionali.

Il “no” solenne e civile dei Greci, infatti, ha decretato non solo la vittoria tendenziale della politica sull’economia, dei diritti sui bilanci e della vita sulla mera sopravvivenza, ma ha anche ricordato a chi, come noi, lo ha rimosso interessatamente o inerzialmente, che la democrazia si sostanzia di Forma, di forme, di riti laici che rendono sacra e inviolabile la volontà di maggioranze rese sensibili e accorte dalla conoscenza (trasmessa prevalentemente dalla Scuola) delle loro origini e proiezioni storiche, e tenute assieme dalla fiducia nell’effetto dirimente e vincolante dei loro esiti.

La Sua firma è attesa dai lanzichenecchi della Scuola pubblica come una formalità; chi è sceso in piazza costantemente dall’epoca dei rovinosi tagli Gelmini ad oggi, chi ha presidiato, scioperato, digiunato, costruito e proposto alternative legislative popolari, chi ha pagato in termini di repressione e diffamazione la propria lotta per la difesa di una Scuola improntata ai principi della Costituzione, invece, attende il Suo diniego come fenomenologia di una Forma, come contrassegno dell’esistenza e come recupero dell’operatività di una cogente Norma democratica da cui l’esecutivo si è arrogantemente distaccato in ogni fase dell’emanazione della legge in questione, forzando tempi, negando ascolto, amputando il dibattito e attribuendosi numerose deleghe su materie non suscettibili di essere regolamentate senza coinvolgimento del parlamento, dei lavoratori e delle articolazioni della società tutta.

Quando si dice che la Scuola non è un’azienda, infatti, non lo si dice solo in relazione alla sua funzione civica e pedagogica, non assimilabile alla produzione seriale di merci, ma anche in relazione al fatto che lo stravolgimento dei rapporti che vigono al suo interno non incide solo sui lavoratori di un settore, ma sui cittadini tutti, sull’unità e sulla tenuta etico-culturale del paese.

Il Suo rinvio alla Camere di una legge che tutto il mondo della Scuola, precari compresi, aborre, sarebbe un corso accelerato di legalità per un’Italia che potrebbe preferire, in un futuro non lontano, le derive alle deduzioni; sarebbe un’iniezione di fiducia per chi, denigrato e ignorato nella sua strenua e frustrante azione di protesta, è ormai abituato ad associare la fiducia a un mortificante strumento di ricatto politico; sarebbe un fuoco d’artificio, insomma, capace di ridurre a sfondo, almeno momentaneamente, la notte della democrazia, e di accendere la speranza che impariamo finalmente a praticarla e a preservarla.

Con Osservanza

Marcella Ràiola (docente precaria di Lettere classiche, Napoli)

(Ricevuta dal Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica alle ore 00:15 di Sabato 11/07/2015).



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