LO STATO DEL CONFLITTO

di Piero Bernocchi

Può apparire sorprendente il vistoso calo della mobilitazione contro la legge 107 e la cattiva scuola di Renzi, registrato nell’autunno, rispetto all’elevato livello conflittuale sviluppato, nelle scuole e nel paese, tra maggio e luglio. Allora, non solo il 5 maggio si era svolto il più partecipato sciopero (al pari di quello Cobas/Gilda del febbraio 2000 contro il “concorsaccio” berlingueriano) della storia della scuola italiana, ma grande successo avevano ottenuto anche gli scioperi contro i quiz Invalsi da noi convocati; e plebiscitario era stato il blocco degli scrutini che, promosso dai Cobas, aveva poi coinvolto tutti gli altri sindacati e la quasi totalità delle scuole. Purtroppo, alla ripresa delle lezioni il clima è rapidamente mutato, dando l’impressione di una resa strisciante alle imposizioni del governo, del Miur e dei tanti presidi-padroni.

L’unica seria forma di lotta, lo sciopero del 13 novembre, da noi indetto e con la partecipazione dell’Anief e di sindacati minori, ha ottenuto un notevole successo con la manifestazione nazionale ed un’ottima copertura mediatica ma è rimasto lontano dalle percentuali di sciopero che avevamo avuto tra maggio e giugno.

Non è difficile individuare un insieme di motivi che possono spiegare questo repentino cambio di clima nel pur aspro conflitto che ha contrapposto la maggioranza dei lavoratori/trici della scuola alla legge 107. Ha giocato senz’altro un ruolo decisivo l’approvazione della “riforma” malgrado una mobilitazione pressoché senza precedenti nel nuovo secolo.

Nell’ultimo quindicennio “sollevazioni” del popolo della scuola di portata anche minori avevano costretto i governi in carica a precipitose retromarce: basti pensare, oltre al ritiro del già citato “concorsaccio” da parte del governo di centrosinistra guidato da D’Alema (e al conseguente defenestramento del ministro Berlinguer), alle sconfitte della Moratti e della sua “riforma” o al rapido accantonamento, da parte del ministro Profumo, dell’aumento dell’orario frontale a 24 ore per i docenti delle superiori. Probabilmente, a causa all’impermeabilità del governo rispetto a proteste quasi plebiscitarie, si è diffusa nella maggioranza della categoria una depressa convinzione dell’impotenza delle lotte, in assenza di una vera e convinta opposizione politico-parlamentare alla cattiva scuola governativa: negativo fenomeno che, peraltro, ha operato anche in tanti altri ambiti lavorativi, a partire dal modestissimo livello dei conflitti contro il Jobs Act, il blocco dei contratti nel Pubblico Impiego o l’ondata di nuove privatizzazioni dei servizi pubblici. Almeno altri due elementi, poi, hanno inciso negativamente. In primo luogo il ritiro vergognoso e senza motivazioni credibili dei Cinque sindacati, la cui partecipazione agli scioperi di maggio-giugno era stato elemento determinante per la loro estensione. Convinti che oramai l’ondata di piena delle lotte fosse in esaurimento, i Cinque ne hanno programmato scientificamente il riflusso completo, andando prima ad assemblee settembrine anche molto partecipate nelle quali hanno evitato qualsivoglia indicazione di prosecuzione del conflitto; e in seguito hanno annunciato possibili date di sciopero, via via annullate, fino a ridursi a manifestazioni cittadine di sabato pomeriggio, auto-boicottate per “certificare” la resa alla legge 107; concludendo poi con un’assurda manifestazione nazionale (senza sciopero) del Pubblico Impiego, ove ben 28 sigle categoriali e confederali non hanno portato in piazza che poche migliaia di persone, bypassando completamente la lotta contro la 107.

Infine, ha funzionato anche la furbesca tattica, suggerita dal Miur alle associazioni dei presidi e da questi attuata quasi ovunque, di rinviare l’applicazione dei provvedimenti più contestati (Comitato di valutazione, PTOF, alternanza scuola-lavoro ecc..) a dopo le feste di Natale, laddove la grande maggioranza dei lavoratori/trici (e anche di noi Cobas) era convinta che tale operazione sarebbe stata imposta fin da settembre. Però, pur con tutte queste possibili spiegazioni, resta il fatto che i decreti applicativi della legge devono ancora arrivare; che in varie precedenti occasioni l’approvazione di una “cornice” legislativa non aveva impedito che si smontasse poi il “quadro” complessivo, rendendo inapplicato il provvedimento nel suo insieme (si pensi ai tentativi di eliminazione del Tempo pieno o all’introduzione della “maestra unica”); e che, infine, l’applicazione dei punti più controversi della legge si giocherà in maniera decisiva da gennaio 2016 in poi, scuola e per scuola: il ché imporrebbe la necessità di un rapido aumento della conflittualità e non la resa unilaterale. Può venire dunque il dubbio che una parte considerevole dei docenti abbia assorbito – per indifferenza o paura o passività – quello che, sulla scia di un lavoro ventennale iniziato da Berlinguer, è il frutto più velenoso della “riforma” renziana: la distruzione del lavoro docente così come lo abbiamo conosciuto finora e la trasformazione dell’insegnante – al contempo artigiano e professionista dell’arte di trasmettere conoscenza e saperi agli studenti con autonomia didattica, sociale e morale – in lavoratore “mentale” massificato, precarizzato e reso, in cambio di un salario scarso ma sicuro, flessibilmente adattabile a qualsivoglia attività la scuola-azienda ed il suo preside-manager ritengano opportuna per attrarre una “clientela” sempre meno interessata ad un luogo ove i giovani imparino a leggere il mondo e la sua complessità.

Con la “riforma” il governo intende far galoppare l’immiserimento materiale e culturale della funzione docente, con un percorso analogo a quello imposto nell’Ottocento agli artigiani (e ai        contadini) trascinati in fabbrica e messi a disposizione dei comandi della catena meccanica e dei tempi/modi industriali, dopo essere stati spossessati della loro autonomia di iniziativa e dei loro saperi.

Qualcosa del genere è già avvenuto nel nostro paese e nell’Occidente capitalistico negli ultimi decenni, con la progressiva “proletarizzazione” di tante professioni intellettuali e del lavoro mentale, sottomesso alla nuova catena di comando universale, quella telematica e informatica. E tale processo sarebbe ben più avanzato anche nella scuola, se, fin dalla “riforma” berlingueriana e dalla distruttiva “autonomia scolastica”, non avessimo organizzato come Cobas una controffensiva e una resistenza accanita contro la scuola-azienda, l’istruzione-merce e l’immiserimento, la standardizzazione e la massificazione dei docenti. Cosicché oggi, anche oltre l’odiosa introduzione di un presunto “merito” valutato e premiato da un Comitato comprendente pure studenti e genitori in totale assenza di criteri oggettivi, a far scattare l’”allarme rosso” sono le trasformazioni globali che si intendono attuare nel lavoro docente, a partire dal PTOF e dall’”Organico potenziato”. Il governo vuole realizzare la standardizzazione organica dell’insegnamento, imponendo unilateralmente cosa insegnare, come insegnare, come doversi “aggiornare” e su che contenuti, avendo come metro di misura generale la quizzistica Invalsi (contro la quale sarà decisiva la mobilitazione

durante i prossimi test di maggio) e i suoi grotteschi risultati, togliendo ai docenti ogni effettiva libertà di insegnamento ma anche ogni stabilità lavorativa e didattica. A partire dalla scuola per adulti, si sta sperimentando addirittura lo smantellamento delle classi (proposta già contenuta nella “riforma” Berlinguer), la creazione dei livelli differenziati di istruzione (Matematica 1, 2, 3; Inglese 1, 2, 3 ecc.), con il gruppo-classe frammentato su modelli universitari; si affida ai presidi il potere di collocare i docenti, “vecchi” o nuovi arrivati, a seconda delle necessità, modificandone materie, competenze e orari, e procedendo poi al licenziamento/trasferimento triennale di coloro che non si adattano alla massima mobilità, e immettendo l’intero personale in posizioni generalizzate di flessibili “precari di ruolo”.

Siamo in grado di bloccare il processo e anzi di invertirne la tendenza?

In grande misura dipenderà dal grado di conflitto che riusciremo a indurre e mantenere nel 2016, ma soprattutto a partire da gennaio e dai collegi che dovranno decidere (seppure pesantemente depotenziati, anche per responsabilità di quella parte della categoria che non ha difeso questo strumento democratico) sul Comitato di valutazione e sui criteri del presunto “merito”, sul PTOF e sulla libertà didattica, sulle modalità dell’alternanza scuola-lavoro, sull’Organico potenziato, sui compiti dei “potenziatori”. In altra parte del giornale vengono descritte le proposte – e le conseguenti tattiche da seguire nei Collegi docenti e nei Consigli di istituto – su ognuno dei punti di scontro nell’applicazione della 107, nonché sul “che fare” rispetto a quei lavoratori/trici emarginati o non considerati dalla 107 come gli ATA con le loro vistose sofferenze, o addirittura in via di espulsione come i tanti docenti precari di seconda e terza fascia; e vengono spiegate anche le proposte di una stagione referendaria che metta in campo una vasta alleanza sociale per cancellare il peggio della politica renziana, e dunque i punti più inaccettabili della 107, del Jobs Act, dello “sblocca Italia”, delle privatizzazioni.

È chiaro però che se la speranza di referendum vittoriosi può contribuire a riaccendere il conflitto nelle scuole, pur tuttavia non potremmo contare sul potere salvifico di una tornata referendaria (che non si svolgerebbe comunque prima della primavera-estate 2017) se nel frattempo nelle scuole la resistenza e il contrattacco di insegnanti, ATA e studenti non acquisissero forza, diffusione e quantomeno vasta “limitazione del danno” già a partire da gennaio, e se il grosso dei docenti, in particolare, si adattasse passivamente all’eutanasia della propria professione.

Questo articolo in formato pdf da diffondere nella vostra scuola

Leggi e diffondi il giornale dei comitati di base della scuola n. 59



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